Ci lascia la debole e forte Loretta, come la definì, ai tempi della sua gioventù-lo raccontava lei- un certo don Merendino, un vice parroco o come si diceva prima, un cappellano del tempo.
Rimasta presto orfana, trovò nella parrocchia la sua famiglia, o meglio, la vigna in cui lavorare, accompagnata dalla fiducia che ogni parroco le dette: da don Paoletti a don Pola, da don Averardo con cui visse il felice tempo di tanti gruppi giovanili, a don Vittorio. Più che ottantenne fu ancora attiva con don Luciano e poi con don Francesco nell’assegnazione delle letture della Messa delle 11.
Da un lato fragile, fragilissima, più figlia che madre per noi figlie fin dai tempi della nostra infanzia. In famiglia sempre da rassicurare nelle sue paure e preoccupazioni per tutto e per tutti, nelle ombre che spesso coprivano il suo volto, da proteggere, da tenere al riparo dalle notizie negative, secondo lo stile intrapreso da Giancarlo, in cui trovò amore totale e totale dedizione.
E dall’altro lato la fortissima energia derivante dalla fede, la passione senza confini per la catechesi, la straordinaria fedeltà alla liturgia delle ore in quattro volumi e alla Messa quotidiana, l’affido a Maria nella recita del rosario, la stima incondizionata per la figura del sacerdote.
Formatrice di tanti catechisti a cui donava: l’importanza del peccato di omissione, la Comunione dei Santi, la presenza fondamentale dello Spirito Santo (per la Pentecoste Giancarlo le regalava un mazzo di rose rosse e a casa nostra era gran festa).
Centrale il periodo in cui fu animatrice dei gruppi giovanili, di turbe di inquieti adolescenti e giovani alla ricerca del senso della vita e del senso dell’amore, che lei formava in Parrocchia con Giancarlo e con don Averardo e che invadevano spesso la nostra casa di pomeriggio. Compagna soprattutto di confidenze perché si poteva contare sulla sua massima riservatezza, come ben sanno anche tanti adulti da lei ascoltati.
E tutto questo con il suo piccolo bagaglio di cultura, a conferma che “Padre…queste cose le hai rivelate ai piccoli”.
Adorabile nonna, bisnonna tanto grata di esserlo divenuta.
Testarda -sono un Capricorno- diceva la signora De Caro, perché questo era il suo unico cognome, quello di Giancarlo, ferma fin troppo nelle sue posizioni, dotata di un intuito a volte straordinario, come spesso notava l’amico fraterno don Benito Caldini.
Non nascondeva la paura della morte, di fatto la sua paura era per la malattia, per la “trafila” negli ospedali, come diceva lei. Ne è stata graziata, perdendo sempre più negli ultimi mesi la coscienza della vita. Ne è testimone Tsitsi che si è dedicata a lei con amore e senza risparmio. A lei il nostro affettuoso grazie.
Grazie ai tanti che partecipano al nostro dolore da vicino e da lontano, ai sacerdoti che hanno concelebrato, ai monasteri di Clausura uniti a noi nella preghiera e a quanti sono presenti rappresentando anche altri.
Le offerte raccolte saranno destinate alle necessità della Parrocchia, che di Loretta fu la seconda casa.
Suoi punti fermi la Comunità e la Chiesa dove, per dirla con Papa Leone, stando tanto in ginocchio, chissà quanti ha fatto stare in piedi!!!
E perciò grazie!
Lidia De Caro
Accogli nella pienezza dell’amore Loretta, che ha sostenuto nella scoperta e nell’esperienza della vita tanti giovani, pregando per loro e donando loro tempo, ascolto, fiducia, accoglienza incondizionata.







